Inarrivabili

[…] Quando il cielo è pronto per lunga notte

siamo anime nomadi che rispondono senza indugio:

una piccola fiamma e siamo come fuochi d’artificio.

Molteplici nei nostri colori.

Inarrivabili.

Jack il Mago.

Suonerà familiare, ma eravamo dalle parti del club quando ci siamo incontrati, carichi come fucili a pallettoni, pronti a esplodere alla prima carica. La reunion era fissata per una certa ora, più che certa incerta, tra le ventitré e l’una di notte di fronte al nuovo posto.
Quale nuovo posto? Un posto nuovo, musica nuova, gente nuova, dicevano. Il flyer non lo ricordo.
Noi siamo e saremo la prova vivente che spingere gli eccessi fino al limite è una pratica giusta e divertente, per quanto anche sana.
Il problema è che non avevamo pianificato gli eventi della serata. O almeno lo avevamo fatto in parte, ma non credo lo ricordassimo.
Lasciate che mi presenti. Mi chiamano Jack. Jack il Mago. Non chiedetemi perché. Forse per quel cappello a punta alla Harry Potter con su scritto Jagermeister, o forse, per le magie che ogni tanto eseguo, come far sparire bicchieri di vodka e farli riapparire vuoti, trovare e distribuire sostanze in situazioni dove nemmeno lucignolo ci sarebbe riuscito.

Il fatto è che con una combriccola di gente come questa, pronta a scoprire quanto è grande il mondo prima di morire, o di tendere all’infinito con qualunque mezzo ci possa essere d’aiuto, sei pronto a conquistare il cielo.
Ed ora a noi, al locale, alla gente.
Avevamo versato il contenuto di una bottiglia di Vodka in una mezza di Fanta, tanto per alleggerire il sapore.
Se torniamo indietro di un paio d’ore, ho un vago ricordo di me che tengo il terzo Long Island tra le mani, e che cerco disperatamente di non farlo cadere.
Dopo di che ho un vago ricordo di Johnny the Lombrich che cade da solo come una scopa appoggiata ad una porta, addosso ad una macchina, per poi accasciarsi a terra come una mela. Ogni tanto gli capita di cadere.
Forse è il troppo glucosio che cè nel sangue causato dall’alcool a far si che perda momentaneamente la coscienza e si afflosci sbattendo ovunque capiti. Questo è John, detto anche Johnny de Lombrich, forse per via di quella volta in special K che per arrivare alla macchina si trascinava come un lombrico per tutta la via, o forse perché assomiglia ad un lombrico. Se lui è nei paraggi ci sono anche io. Se mi trovate zompettante e sorridente sotto un muro di casse, da qualche parte, cercando bene, troverete anche lui.

Quindi, tornando a John che cade, ricordo i Long Island, ricordo la Vodka, e ricordo la fila.
Una fila interminabile di gente in stati alterati di ogni specie che prova a fare la fila senza dare nell’occhio.
La paranoia che il vicino ti guardi e si accorga che stai strafatto o ubriaco è sempre presente nelle file di questi posti, noi la evitiamo scherzandoci su, generalmente facendo conoscenza di metà della fila sia in avanti che all’indietro. Ci proviamo con tutte quelle della fila, e devo dire che ogni tanto il piano funziona.

Una volta detto il nome all’entrata (dai col saltafila!) ecco che ci siamo già persi. Ci ritroveremo solo qualche minuto dopo di ricerca estenuante in giro per il capannone scuro e avvolto dalle luci ai neon, grazie a dei dettagli come piercing, capelli, magliette, dred di un metro e quant’altro.
Quando siamo sprovvisti di sostanze, le serate hanno più o meno la stesso intro: una volta entrati andiamo alla ricerca. Non c’è nient’altro di più importante da fare. Niente. Né i culi che si muovono a ritmo di tekno, ne i watt di musica che vorrebbero stregarti. No. La ricerca delle nostre droghe è di vitale importanza. E’ quel passaggio che prima facciamo e prima cominciamo la serata. Non puoi mai dire di aver cominciato una serata se non hai le droghe con te. Questo è il nostro manifesto.
Qualcuno potrebbe obiettare. Che bisogno c’è. Qualcun’altro potrebbe dire, siete solo dei tossici.
Io vi rispondo: siamo una generazione che non ha paura di superare i limiti del conscio. Siamo desiderosi di sentirci parte di un tutto. Di allontanare le nostre inibizioni e dire ti amo al nostro prossimo, perché è quello che sentiamo. Non abbiamo paura delle conseguenze, siamo consci di ciò che facciamo. Amiamo la vita a tal punto da rischiare la follia per cogliere quell’attimo che parole, mai e poi mai, potranno descrivere. Se avete capito, bene, se no, fanculo.

E con le sostanze in tasca, musica!

Da qui alle luci bianche, mi scuso in anticipo, ma non ricordo più nulla.
Solo qualche frammento, prova che la pazzia è dietro l’angolo, ma non ci importa, la bandiera dell’ignoto e dell’immaginazione è alta nel cielo, e non sarà di certo la paura della follia a costringerla a mezz’asta: un bacio rubato, due occhi incrociati, gente che saluta altra gente, mani che si intrecciano, sconosciuti che diventano amici, amici che ridiventano amici (di nuovo), corpi desideranti che si attraggono uno con l’altro creando movimenti che ricordano quelli dell’universo e le leggi che lo determinano.
Ma nient’altro di più preciso.
Le meta-anfetamine mischiate con l’alcool mi fanno questo effetto, generalmente, ricordo poco. Ma una cosa, una sola cosa non la scorderò mai. L’intensità di quei momenti. Il credere e l’essere convinti che si, finalmente, la vita ti sta davanti, la stai vivendo in tutte le sue forme percettive, e si, e’ tutta un’altra storia.

I sorrisi sono appaganti, le persone sono diverse, unite. Qualcuno direbbe, è estraniazione. Qualcun’altro direbbe, fuga dalla realtà, o creazione di una illusoria.
La verità è che non c’è verità al di fuori delle tue percezioni, qualunque esse siano. La verità è che la ragione e il conscio ci separano dall’infinito. Il vivere lo stato alterato non è estraniazione, ne fuga, ma è piena presa di coscienza di quanto è vasto e infinito il mondo delle percezioni (l’unico possibile, l’unico esistente), e di quanto noi, nel nostro conscio, non facciamo altro che viverne la parte più povera.

Ma una volta arrivati alle luci bianche, la musica si affievolisce, l’inganno è stato fatto, comincio a ricordare.
Le facce schiariscono, prendono forma. I corpi si allontanano, non perché le correnti chimiche si sono interrotte, ma perché senza la musica la magia non può avvenire, è come una pozione, ha bisogno di tutti i suoi elementi.

Prendiamo le nostre cose, ringraziamo i nostri amici, sorridiamo ai nostri vicini ed applaudiamo i dj che con tanto impegno hanno permesso che si, anche questa volta, l’infinito si sia avvicinato. Ora siamo fuori, decidiamo che fare. Chi vuol tornare a casa, chi vorrebbe continuare, e Jack e John non si sono mai tirati indietro, quindi, fuoco alle polveri!

La parte che prosegue è un po’ noiosa, indecisioni, chiarimenti, paranoie. Non detti.

Chi vorrebbe chi, chi vorrebbe cosa. Ma una cosa è certa, la decisione di rimanere insieme e continuare il nostro percorso è presa. Ci vogliamo uniti e mai separati, siamo i paladini e i profeti del subconscio. I cavalieri del qui e del quando. Dell’ora.
Ma cosa fare? Dove andare? Saltata la parentesi in cui a causa di anestetizzanti abbiamo vissuto a cavallo tra questo mondo e quello del non-luogo, eccoci che ci ritroviamo in un parco, il sole comincia ad apparire alto nel cielo, e il vino ci farà compagnia per tutto il giorno.
Da questo punto in poi, aimè, è tutto in discesa. Tutto ciò che sale, prima o poi, scende. E sappiamo che a causa di forze maggiori le cose tendono a scendere sempre più di quanto salgono.

E finalmente arriviamo al punto chiave del discorso, il perché ho intrapreso questo racconto, cosa mi spinge a raccontarvi quello che ho da dire.

Qualche giorno dopo, come ogni tanto accade, tra di noi gira un’epidemia di nostalgia. Siamo tutti sensibilmente diversi da quello che eravamo in quel “di quel non luogo”. Cosa ci succede? Il futuro ci angoscia, il presente ci rassegna, sembra che ogni cosa che facciamo sia sbagliata. Come se quel che abbiamo vissuto fosse un mero ricordo di un’era lontana. Siamo distanti, ci percepiamo difficilmente insieme, tutto ci disturba. La scialba ragione ha ripreso possesso in noi, e ora che siamo più deboli, attacca con forze.

Ed ecco che John contatta Jack, e gli dice: “Hey, bro, basta. Non sono più in grado. Sono anni che lo faccio e non so più gestire il down. Non so com’è ma mi sento triste, abbattuto, la vita sembra difficile, e forse sono le droghe. Ho paura di esserne dipendente, e lo so, non lo siamo mai stati dipendenti, ma quel divertimento è forse troppo per me, non riesco più a gestirlo. Sono stanco, un po stralunato, che devo fare? Non riesco a concentrarmi tutto è più difficile di quanto lo sia, e non ho più voglia di combattere così questa forza maligna, è troppo forte.”

Allora Jack, che da sempre cerca il significato delle cose che fa, prova a dare una risposta.

“Fare quel che facciamo senza pensarci su è come combattere il male usando gli stessi mezzi. 
Non siamo tossici, né mai lo saremo. Non siamo dipendenti, perché siamo contro ogni dipendenza. Siamo qualcosa di molto più forte. Siamo consci del fatto che la vita è qualcosa di troppo grosso e complesso per poterla comprendere tramite il semplice uso del conscio. E le persone sensibili come noi vivono gli sbalzi di umore in modo esagerato.Siamo come lampi colorati, quando il cielo è pronto per lunga notte, siamo anime nomadi che rispondono senza indugio: una piccola fiamma e siamo come fuochi d’artificio. Molteplici nei nostri colori. Inarrivabili.
Ma quando il fuoco finisce, ci spegniamo, cadiamo a terra senza luce ne colore.
E’ il prezzo che paghiamo per essere partecipi dell’universo, nel nostro modo. Dobbiamo solo darci il tempo di rimettere a posto i pezzi. Rigenerarci. Poi saremo pronti per esplorare di nuovo il cielo infinito.”

E qui un’idea mi pervade, qualcosa mi riempie, senza timore, senza paura, dico quello che altri non hanno il coraggio di dire: vogliamo cambiare il mondo, e lo vogliamo fare a nostro modo.
La musica è dalla nostra parte, ci sostiene, ci rafforza, combatte dalla nostra parte, come del resto tutte le cose belle.
L’amore per la vita è la nostra arma, stiamo vincendo, ne sono sicuro.

 

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