Sonetto maodadaista del befano precario!

Caro precario non ti arrendere
oggi il cielo è troppo azzurro, vatti a distendere!
il tuo lavoro e i tuoi desideri riscatterai
della tua vita e del tuo tempo ti riapproprierai.

Non starti a penare per il posto di lavoro
sia esso fisso o mobile, al padrone porta oro
non dar retta a chi ti chiama povero fesso
e a chi ti vorrebbe tutta la vita a pulire un cesso

Né a chi ti ingabbia 8 ore per pochi euro al mese
quello non è lavoro, quello è carcere senza spese!
ma anzi rispondi intensamente a costoro:
Io rifiuto il lavoro!

Reclama il reddito e crea conflitto.
il padrone prima o poi verrà sconfitto.
Questo è il vostro ordine? questo è il nostro motto!
Pagherete caro, pagherete tutto!

E domani non andare a lavorare,
il cielo è troppo azzuro, vieni ti aspetto a giocare.


Quando la ragione fallisce, non rimane altro che l'appello al cielo.

Si, Dio da qualche parte dovrà pur essere.
Se l'appello alla ragione durante le notti insonni non porta alla risoluzione dei miei pensieri, non rimane altro che l'appello al cielo.
Come Locke scrive nel suo Secondo Trattato sul governo, quando l'ultima speranza è andata, non rimane altro che questo.
L'appello al cielo. O alla rivoluzione.
Non sono uno di quei qualunquisti rivoluzionari che risolvono il problema di Dio negandone totalmente la sua esistenza come qualcosa di scientifico. No. Io credo in Dio, o almeno, non nel senso cristiano, ovviamente, e non mi sento autorizzato ad eludere il problema con un "non cè, chissene frega".
Penso al fatto che la ricerca non è finita, non abbandono la possibilità anche materialistica di una essenza che implichi la propria esistenza, come Spinoza avrebbe detto.
Pensandoci bene, se tutte le più lungimiranti menti nella storia dell'uomo abbiano affrontato il problema Dio, credo che un motivo di fondo ci sia.
Ogni grande filosofo, scienziato, artista o letterato ha dovuto e voluto affrontare la questione del Divino. Non eludendo il problema con la sua negazione a priori per presa di posizione.
Quello equivale a credere in Dio. O meglio, alla fede che esso non esista, al dogma che esso non cè, punto.
Il dogma della negazione è speculare a quello della rivelazione.
Quindi, a me che rimane poco altro che l'appello al cielo, vi faccio una richiesta: che qualcuno mi aiuti a trovarlo, per piacere.
Da qualche parte dovrà pur essere.


Fear Stalks The Land - Narrativa distrattiva. Seconda apparizione.

Evelyne prese a dar di matto.
Volevano aiutarla, ma era alquanto difficile entrare nei pensieri di quella ragazza.
Era li, distesa sul divano del suo salotto stile pop art, naturalmente arredato in un suggestivo abbinamento di old e new school, sapete, i genitori ricchi di famiglia e grandi industriali ricevevano coupon, cataloghi e libri di arredamento di alta moda.
Al piano di sotto c’era la sua stanza.
Il letto a baldacchino con tenda, da vera principessa era al centro della stanza; sul lato destro un grande armadio pieno di vestiti e cianfrusaglie, prova che una vita passata tra grandi feste e gala non le si addiceva.
Sul lato sinistro una grande finestra che si inseriva nella città come un obbiettivo ad alta risoluzione non avrebbe potuto fare.
A fianco del letto un piccolo comodino con tutti gli affetti personali non lasciava di certo trasparire la persona che sarebbe diventata: nel ripiano una serie di collanine lasciavano lo spazio al proprio centro per una piccola foto di quando era piccola, innocente.
Di certo i bambini conoscono più cose di quanto noi possiamo immaginare.
Forse il segreto della vita risiede proprio in loro.

 (Continua)


Sonnyboy - Narrativa distrattiva. Prima esibizione.

Questa non è altro che un piccolo racconto preso da una mia raccolta chiamata <<The Awake>.
Spero vi piaccia. 

Sonny. Questo era il suo soprannome. Si faceva chiamare così.
Era minuto, di carnagione scura, due occhietti piccoli come bottoni e due braccia esili.
E' sempre stato trascurato, denutrito. Poverino.
Era nudo, non portava alcun tipo di vestito. Poverino.
Sorrideva. Sempre. Lo picchiavi, sorrideva. Lo maltrattavi, sorrideva. Lo insultavi, lo frustavi, potevi fargli qualsiasi tipo di cosa.
Lui avrebbe sorriso.

Si si, Sorrideva.
Lo trovai così, un po' per caso, un bel giorno d'inverno.
Un giorno abbastanza caldo per essere nel mese di dicembre. Il sole era tramontato già da parecchio tempo, le strade erano affollate di automobili che andavano e venivano dal centro, dalle periferie.

 

Chi tornava dal lavoro, chi andava alle poste, chi invece guidava verso il centro della città, con l'intento di guardar vetrine e, semmai, far qualche pensiero per Natale. La corsa ai regali era cominciata qualche giorno prima.
Mi trovavo dentro il grande magazzino Ikea, a fare le mie compere di Natale.
Le noiose compere di Natale. Cosa regalo a mia madre? Cosa a mio padre? Quale trapunta si adatta alla personalità di mia sorella? Quale lampada da comodino sarebbe compatibile con il carattere di mia cugina, al livello di persona-oggetto , intendo.
Da Ikea puoi comprare di tutto.
Mobili per ufficio “Mikael”, armadi per camere da letto in legno marrone nero. La serie “Billy” quest'anno andava di moda.
Letti a castello in legno truciolato che durano non più di due anni, pentole, piatti, posate, lampade alogene multicolore, lampade in carta candeggiata “Orgel”, tavolini triangolari ad incastro, quadri, piante finte.
Piante colorate, vasi per piantine grasse.
Pupazzi, peluche, giocattoli.
Per questo compro sempre una secchiata di cazzate ogni volta che entro in un magazzino Ikea.
 
E ancora: polpette scandinave surgelate. Tè grigio alla frutta e cannella svedese. Salmone affumicato.
Biscotti al cioccolato. Salsa con panna e mirtilli.
Cercavo la salsa di tonno e asparagi, ma era finita.
Amavo tanto la salsa di asparagi e tonno.
Oh, quanto la amavo.
Quando il più delle volte mi ritrovavo con Sonny a scambiare due chiacchiere, mi piaceva spalmare la mia salsa di asparagi e tonno svedese su grandi fette di pane caldo.
Riscalda il pane al micro-onde, poi la salsa al tonno e con un grande coltello spalmala su tutta la superficie del pane.
La crosta che si forma scaldando il pane con il programma “Grill” del micro-onde è piuttosto dura. Non mangiarla. Dammi retta.
E' così che ti ritrovi immischiato in file lunghe, interminabili, durante le quali incontri vecchiette che ti chiedono quale colore preferiresti per le tende in sala da pranzo, considerando il divano Klippard ricamato in blu e turchese Granan appena comprato.
E' così che ti ritrovi da Ikea.
Nei grandi magazzini Ikea potevi trovare veramente di tutto.
Le famiglie moderne, invece, trovano un po di pace. Si, si ritrovano, tutti insieme, la domenica mattina o il sabato pomeriggio, verso le quattro.
Ho visto famigliole felici passare la giornata intera dentro al centro commerciale Ikea mangiando alla tavola calda e intrattenendo i propri figli dentro gli spazi ricreativi per bambini.
Oh, è una bella cosa, no?
Le famiglie moderne ritrovano se stesse grazie ad Ikea.
Invece a me capitò di trovare Sonny. Lo trovai tra gli scaffali, dove la fila si intensificava, tra le lampade in carta candeggiata e quelle in ceramica con candele e rifiniture madreperla.
Era lì, solo, seduto sul banchetto dell'Unicef, aspettando qualcuno che lo prendesse con se.
Sorrideva, spensierato.
Aspettando qualcuno che gli chiedesse come stava. Perché era lì, perché era solo.
Lo presi con me.
Mi fece molta tenerezza questo Sonny. In realtà il suo vero nome non me lo disse mai.
Glielo chiesi quel giorno nel grande magazzino, mentre andavamo via, verso la macchina, con il carrello pieno di cianfrusaglie. Avevo comprato anche le polpette in salsa di panna, per l'occasione.
Non parlò. Non disse nemmeno una parola.
Sonny era un tipo di poche parole. Non parlava mai. Potevi chiedergli qualsiasi cosa, lui non avrebbe risposto.
Sorrideva.
Infatti le nostre chiacchierate finivano sempre con io che raccontavo i miei cazzi a Sonny e Sonny che ascoltava con dedizione e Sonny che sorrideva e Sonny che non diceva mai una parola.
Si, non so perché ma sorrideva sempre. L'ho già detto, non è vero?
Sonny era un tipo quieto, giocoso. Poco affettuoso, se vogliamo.
Lo portai con me in casa mia, lo accudii. Mai un grazie, un arrivederci.
Sonny non usciva mai. Quando rientravo dentro casa, lo trovavo seduto sul mio divano letto modello Helmnes rosso porpora con coordinato trapunta e cuscino Vinter-bar. Lo trovavo seduto comodo mentre guardava la televisione. Quando uscivo lo mettevo davanti alla tv e l'accendevo e la sintonizzavo sul canale musicale. Gli piaceva tanto il canale musicale, sembrava sorridesse di più.
Oh, quanto gli piaceva quel cazzo di canale musicale.
Non si spostava mai dal divano. Mai.
Non sapevo niente di lui.
Non mi disse mai niente.
<<Non fare domande inopportune, vedrai, arriverà il momento in cui di sua spontanea volontà darà ogni risposta>> dissi a me stesso.
Non era nemmeno costoso mantenerlo, dato che mangiava molto poco. Anzi in mia presenza non mangiava mai. Penso che mangi la notte, mentre dormo, perché non l'ho mai visto mangiare.
Sonny era un tipo piuttosto pulito. Pulito, la sua stanza era sempre in ordine, mai un oggetto fuori posto.
Non aveva molti amici. Non riceveva mai telefonate. Nemmeno una visita.
Probabilmente nessuno sapeva che era venuto a vivere da me.
Poi, un giorno non molto lontano, ritornato da una noiosa e faticosa giornata di lavoro, io e Sonny litigammo.
Non avevamo mai litigato. Non che le nostre conversazioni fossero tali da poter litigare. Non diceva mai una cazzo di parola.
Rientrai in casa e lo trovai come tutti i giorni sul divano, davanti al televisore. Guardava il suo programma preferito, “Rock Is Dead”, sulla sua emittente musicale preferita.
Io tornai stressato, arrabbiato.
Lui invece sorrideva come sempre. <<Ciao Sonny!>> e mi sorrise.
Sorrideva sempre.
<<Non è una bella giornata. Oggi, al lavoro, è andato tutto un disastro. Ho sbagliato indirizzo di una delle spedizioni e si è persa una cazzo di lettera.>>
Gli dissi che ci avevano fatto causa. Che probabilmente perderò il posto.
<<Ma che cazzo hai sempre da ridere?>> gli chiesi spazientito.
<<E' una giornataccia, quindi levati quel sorriso del cazzo!>>
Ma lui continuò a sorridere.
Sorrideva.
Trasmettevano “Lucky You” dei Deftones, sul programma preferito di Sonny, “Rock Is Dead”.
Io diventai imbestialito. Presi Sonny per una delle sue braccia esili e lo sbattei contro il muro.
Pareva non gli importasse molto. Era abituato.
Allora preso da un momento di rabbia furente, cominciai a dargli calci sullo stomaco.
Ancora, e ancora. Ripetutamente.
Oh, quanto mi piaceva.
Ma lui non si scompose.
Rimase lì, con i suoi occhi piccoli come bottoni, e il suo sorrisino del cazzo.
Quanto odiavo quel sorriso.
<<Se non la smetti ti prendo a bastonate, quanto è vero Iddio!!!>>.
Mi allontanai dalla stanza, in cerca dei un po di calma, del mio angolino Zen.
Sonny non c'entrava niente con il mio lavoro, eppure nel prenderlo a calci, nel gonfiarlo e calciarlo contro il muro, ripetutamente, provai una strana sensazione. Una strana calma, una calma nel cuore.
Presi un pennarello, e mi cominciai a scrivere sulle mani delle piccole R con un asterisco (R*), era il mio modo per sfogarmi.
Solitamente mi dava sollievo.
Ora tutto sembrava cambiare. L'inchiostro mi infastidiva la cute e mi cominciai a grattare
Mi grattai con forza.
Poi tornai in salotto per vedere come stava Sonny.
Era di nuovo sul divano, davanti alla tv, mentre il suo programma preferito mandava in onda “A Cure”, dei Blonde Redhead.
E con il suo solito sorriso imperante, mi guardava.
<<Senti brutto stronzetto, non so a che cazzo di gioco perverso stai giocando, ma levati quel sorriso del cazzo dalla bocca. Non lo sopporto>>
Quel sorriso mi trasformava in una bestia feroce.
Sorrideva a tutti. Gli potevi far di tutto.
Lui avrebbe continuato a sorridere.
Urlai contro Sonny, lo maledii. Presi tutto quello che mi capitò per le mani e lo lanciai, urlando, lo lanciai contro sonny.
Allora gli colorai il volto con il pennarello nero che avevo in mano, cercando di disegnare una bocca triste sopra la sua. Disegnai una mezza luna con violenza, tenendolo fermo per le mani.
Stranamente non si dibatté, non cercò di scappare.
La sua sola preoccupazione era quella di sorridere al mondo intero, qualunque catastrofe o ecatombe o genocidio di massa o qualunque cosa potesse accadere in quel momento.
Cominciai a provar paura. Più lo guardavo e più sembrava sorridere. Non avrei sopportato ancora un secondo di più quel sorriso stridulo e malvagio.
Sembrava gli piacesse a quello strippato del cazzo.
I segni neri con il pennarello non ebbero gli effetti che desideravo, anzi.
Potevo vedere i segni sul mio braccio dovuti al prurito. Grattandomi avevo quasi scorticato una parte del mio avambraccio.
Il sangue colava su tutto il pavimento.
Divertito.
Sonny era divertito.
Oh, sorrideva.
Lo presi per una mano, e lo colpii sul volto cercando di togliergli quel fottuto sorriso.
Per Sonny sarebbe diventata una missione, quella di sorridere a tutti.
Più io lo picchiavo e più lui sorrideva. La paura mi travolse.
Pensai fosse indemoniato. Posseduto. Mi allontanai di corsa.
Dovevo liberare il mondo da questo demone. Forse non ero stato neanche il primo.
Forse non fu un caso che lo trovai da solo, tra gli scaffali.
Presi il cavo del telefono, lo sradicai dal muro e lo strinsi intorno al collo di Sonny.
<<Ora ti faccio ridere io, fottuto stronzo.>>
Lo legai alla maniglia della porta, e lo lasciai penzolare, con un cappio al collo.
Con il cavo del telefono attorcigliato intorno al collo, che stringeva e stringeva, Sonny sorrideva al suo sicario.
Penzolava, come in una forca.
Brucia demone. Brucia.
Io ero il boia, io ero il suo assassino. Lui il condannato.
Ma sorrideva.
Che schifo di morte, pensai, morire per colpa di un cavo del telefono.
Va beh, il grosso era stato fatto... mi sentivo meglio. Gli avevo dato quello che si meritava, ne ero certo.
Ora ridi pure quanto ti pare.
Poi avvenne il cambio di scena.
Svenni e rinvenii subito dopo, come colto da un malessere improvviso.
Quando ripresi conoscenza, Sonny era ancora lì, con il cavo del telefono al collo, appeso come un ladro.
Ed ogni giorno che passa, quando la mattina mi sveglio e quando torno a casa dal lavoro, Sonny è ancora lì, penzolante, con un cappio intorno al suo fottutissimo collo.

Sonny è ancora appeso, con i suoi occhietti piccoli fatti con i bottoni, con le sue braccia esili di pezza attaccate al piccolo corpo, spoglio. E' ancora lì, che persegue il suo intento di portare la pace nel mondo sorridendo a tutti.Lo trovai su di un banchetto dell'Unicef, lo pagai soltanto un euro e novantanove centesimi.
Volevo aiutare il mondo.
Muori soffocato, stronzo. Muori.

Da quel giorno sogno Sonny tutte le notti. 

 

 


La meraviglia per tutto ciò che c'è in questo grande spazio.

Vivo un momento di transizione, di cambiamento, dove ogni giorno spunta fuori un motivo per mettere in discussione ogni certezza acquisita.

Questa notte guardando un video di Chris Sharma sullo sport chiamato climbing, ho percepito quanto la felicità sia radicalmente soggettiva e si raggiunga in diversi modi. Questo mi ha dato modo di capire quanto in realtà ogni metadiscorso che cerca di capire e descrivere la realtà stessa, se ne allontana radicalmente.
La realtà diventa aliena e sfugge alla comprensione, diventa qualcosa d'altro, restituendoti ulteriori dati da analizzare, sensazioni da decifrare, continue insicurezze.
Penso che insieme noi tutti viviamo in un mondo che non ti restituisce certezze alla richiesta di esse, e anzi cerca di crearne di fittizie. Mi riferisco alla certezza della vita, come del lavoro, come della giustizia sociale, come di ogni elemento fondamentale. Tanti sono i discorsi già fatti sulla società consumistica, e di come essa, in assenza di prospettive e stimoli, cerchi di convincerti che l'unico stimolo e l'unica prospettiva sia il consumo stesso.

E' come uno squalo, per vivere ha bisogno di muoversi in continuazione. Se si ferma, muore. Lo stesso vale per il consumo.

 (Continua)


Fuori dalla famiglia, fuori dal lavoro: Reddito per l'autodeterminazione

REDDITO PER L’AUTODETERMINAZIONE
Questo articolo fa parte di ottimo post sul blog a/matrix.noblogs.org

Negli anni ’70, la parte del movimento femminista che chiedeva un salario per il lavoro domestico e contro la divisione sessuale del lavoro, aveva colto la centralità della lotta per il riconoscimento della produttività delle attività di cura che le donne, non retribuite, svolgono nelle famiglie.
Oggi non ricordiamo quell’esperienza per chiedere un riconoscimento o una monetarizzazione del lavoro di cura che le donne ancora svolgono. Monetizzare e quindi riconoscere questa attività ci inchioderebbe al suo svolgimento e ne confermerebbe ancor di più la prospettiva sessuale.
Oggi ci interessa invece sottolineare il paradosso del non riconoscimento del lavoro di cura.


Così come il modello neoliberista non quantifica nè riconosce un lavoro potenzialmente infinito e che riguarda tutti, così noi non riconosciamo le distinzioni che questa società vorrebbe fare tra lavoro e non lavoro, e per questo affermiamo che un reddito ci spetta indipendentemente dal nostro essere all’interno di rapporti di lavoro codificati dal modello capitalista e patriarcale. Ma soprattutto per affermare che vogliamo sia garantita a tutt@ l’esistenza, al di là di quello che si sceglie di fare." Oggi non chiediamo la retribuzione del lavoro di cura perché vogliamo che esso sia solo una delle attività che ognun@, uomo o donna, possa scegliere di svolgere.

Un’attività frutto della libera scelta, della passione o dell’amore tanto quanto ogni altra attività in una società che garantisca ad ognun@ l’esistenza – anche sul piano materiale – per il solo fatto di essere nat@, ma, soprattutto, che permetta l’autodeterminazione dei soggetti. Tutt@, infatti, indipendentemente dal luogo di nascita e dalla cittadinanza, dall’orientamento sessuale dovrebbero avere queste garanzie. Per tutte queste ragioni noi oggi chiediamo un reddito per l’autodeterminazione per tutt@ come strumento per sovvertire la divisione sessuale del lavoro e per scardinare l’impianto familista, lavorista e nazionalista dello stato sociale. Per potere uscire dalla famiglia e dal lavoro è necessario pretendere un reddito sin dal momento della nascita, scisso da ogni stato civile e condizione produttiva.

Inoltre solo il riconoscimento del reddito anche ai minorenni svincolerebbe le donne dall’essere confinate in ruoli stereotipati, fra tutti la cura dei figli. Infine, la possibilità di liberarsi dal lavoro percependo un reddito potrebbe favorire il diffondersi di stili di vita improntati alla decrescita e liberi dal consumismo compulsivo causato da lavori poco gratificanti, che “risucchiano” l’intero tempo di vita. Dunque per rifiuto del lavoro non intendiamo il rifiuto di qualsiasi attività, ma quello dei rapporti produttivi codificati dalla società capitalistica e patriarcale. Non c’è sciopero che tenga di fronte alla possibilità stessa di sottrarsi al lavoro! Il reddito è lo strumento più robusto di cui lavoratrici e lavoratori possono servirsi per ridisegnare le regole del lavoro stesso. Per queste ragioni il reddito potrebbe essere uno strumento per ricostruire un terreno comune di lotta per le/i lavoratrici/ori, che in un sistema precarizzato e de/personalizzato sono vittime dell’individualizzazione delle tipologie contrattuali e delle condizioni lavorative, privati del valore della contrattazione collettiva e della solidarietà sociale e dunque costretti ad una dinamica basata sulla competitività e sulla conflittualità anziché sulla condivisione. Il reddito che ci immaginiamo dovrebbe essere di tipo diretto e indiretto, sotto forma di denaro ma anche di libero accesso alle risorse e ai servizi.

Il post continua Qui 


G8 Genova, 110 anni per i 25 compagni arrestati - in ogni caso Nessun Rimorso

IN OGNI CASO NESSUN RIMORSO

qui la sintesi, processo ai 25 [processo ai 25] sentenza: 110 anni di carcere in 24 e 3 anni di libertà vigilata per 4

SUPPORTOLEGALE.ORG - COMUNICATO STAMPA
IN OGNI CASO NESSUN RIMORSO

La sentenza del processo contro 25 manifestanti per gli scontri avvenuti durante le proteste contro il g8 a Genova, ha deciso qual è il prezzo che si deve pagare per esprimere le proprie idee e per opporsi allo stato di cose presenti: 110 anni di carcere. Il tribunale del presidente Devoto e dei giudici a latere Gatti e Realini, non ha avuto il coraggio di opporsi alla feroce ricostruzione della storia collettiva ad uso del potere che i pm Andrea Canciani e Anna Canepa gli ha richiesto di avvallare.

Anzi, ha fatto di peggio. Ha scelto di sentenziare che c'è un modo buono per esprimere il proprio dissenso e un modo cattivo, che ci sono forme compatibili di protesta e forme che vanno punite alla stregua di un reato di guerra.
Per completare l'opera ha anche fornito una consolazione a fine processo per i difensori e gli "onesti cittadini", chiedendo la trasmissione degli atti


per le false testimonianze di due carabinieri e due poliziotti, un contentino con cui non si allevia il peso della sentenza e il cui senso di carità a noi non interessa.
 (Continua)